Recensione “La selva degli impiccati” di Marcello Simoni – Einaudi

Anno Domini 1463, Parigi. Rinchiuso in un pozzo dello Châtelet, François Villon si vede ormai appeso alla corda del patibolo quando gli viene proposto un accordo: in cambio della vita dovrà stanare dal suo nascondiglio Nicolas Dambourg, il capo dei Coquillards, una banda di fuorilegge ritenuta ormai sciolta e di cui il poeta avrebbe fatto parte in gioventù. Ma Dambourg, per Villon, è molto più che un vecchio compagno di avventure… Seguito come un’ombra da un misterioso sicario, Villon dovrà districare una vicenda in cui si mescolano avidità, sete di potere e desiderio di vendetta. E fare i conti con l’irruenza di Joséphine Flamant, una fanciulla dai capelli di fuoco, infallibile con l’arco, divenuta brigante dopo aver assistito al linciaggio dello zio a causa di una lanterna. Una lanterna dentro la quale si credeva fosse imprigionato un demone.

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E’ passato quasi un anno dalla lettura dell’ultimo libro di Marcello Simoni e devo ammettere che questa volta,  per quanto mi riguarda, “La selva degli impiccati” è stato un ritorno ai veri thriller gotici, quelli che  mi tengono inchiodata alla sedia per ore sino a quando non ho finito di girare l’ultima pagina .

Ho apprezzato moltissimo il fatto che l’autore per arricchire la trama abbia fatto a priori, come sempre del resto,  un’attenta ricerca storica, facendo particolarmente attenzione ai dettagli e in particolar modo a ciò che riguarda la sacralità di alcuni oggetti “altamente pericolosi”, come una piccola teca dagli spigoli di ottone trafugata dai cavalieri del sacro Ordine di San Giovanni di Gerusalemme durante un’incursione a Costantinopoli. Un altro punto a favore è stato quello di aver voluto come personaggi non marginali delle persone realmente esistite, riuscendo anche a riportare all’interno del libro dei particolari precisi di vita vissuta nella Parigi di quell’epoca, e il fatto che non si sia solo limitato al protagonista, ha reso decisamente più avvincente la storia aumentando così la verosimiglianza della vicenda narrata. Un’accortezza in più che vale molto per gli amanti del genere, in quanto non ha fatto altro che stuzzicare la mia curiosità a tal punto da voler fare successivamente ulteriori ricerche in materia; a tal proposito è particolarmente interessante per tutti dedicare qualche minuto per leggere “La ballata degli impiccati”, un’opera pubblicata a stampa per la prima volta nel 1489.

“La selva degli impiccati” è un libro autoconclusivo suddiviso in più parti; ambientato in Francia tra Parigi e la Borgogna a partire dal 1463 dove François Villon, poeta maledetto vissuto effettivamente in quel periodo, ha ricevuto suo malgrado l’incarico di rintracciare un suo vecchio amico, considerato dallo stesso come secondo padre: Nicolas Dambourg, il re dei Coquillards. Inutile dire che questo ordine fu impartito da un uomo molto potente del clero parigino, persona vicina e di indiscussa fiducia del re in persona.

Ma come ha fatto a finire in questo inquietante pasticcio il nostro François Villon? Lui che è stato adottato dal canonico di Saint-Benoit, Guillaume de Villon (anche lui personaggio realmente esistito), che ha ricevuto un’istruzione degna dei nobili di quel tempo e destinato senza intoppi a divenire anch’esso un servitore di Dio? Come può ora essere caduto così in basso? Bisogna sapere che il caro Villon ha sempre fatto di testa sua anche quando ha rinunciato ad una vita agiata e tranquilla per intraprendere un’altra strada, divenendo così un apprezzato poeta e cantastorie. Questa sua dote non è servita per nulla a tenerlo lontano dai guai perché era troppo preso dalla vita “frivola” e dalle squallide taverne ambigue di una torbida Parigi, assecondando vizi censurabili e frequentando compagnie discutibili … in poche parole ha sempre usato la sua intelligenza e astuzia per derubare il malcapitato di turno o addirittura finire coinvolto in risse dove ci scappavano morti e feriti.

Furboni furbi in furberia

Archi, grimaldelli e suole silenziose!

Alzate i tacchi e al galoppo via

E ci saran presto sorprese tempestose!

Fuggite lesti dalla sbirreria

E dalla bianca dama delle terre paludose!

Possiamo proprio affermare che Villon era uno scapestrato, incline alla furfanteria ed è per questo che, per un periodo della sua vita, visse con i Coquillards, un gruppo di briganti ben noto agli armigeri di re Luigi XI. Una vita da fuorilegge che ad un certo punto lo portò a finire dentro un pozzo del Carcere del Gran Chatelet in attesa di essere impiccato ma qualcosa e qualcuno, il giorno prima della fatidica ed infausta data, lo graziò; ma si sa che tutto ha un prezzo elevato da pagare e Villon non è esentato dal farlo. Da qui una successione di eventi tragici e misteriosi accompagneranno il nostro Villon… ma riuscirà a fuggire da chi lo vuole con il corpo a penzoloni? Riuscirà a salvare la vita dei pochi compagni rimasti? Il contenuto della misteriosa “ampullea diaboli”, descritta anche da papa Giovanni XXII e dall’astrologo Petrus Patavinus, cambierà il destino del povero Villon e dell’intera umanità cristiana?

A tutte queste domande troverete risposta nel libro “La Selva degli impiccati” di Marcello Simoni e vi assicuro che ne rimarrete rapiti e affascinati. Ancora una volta “la storia” di Marcello Simoni mi ha insegnato qualcosa.

Vi lascio alcune informazioni trovate in rete su François Villon dove potrete riscontrare alcuni aspetti riportati anche nel libro

François Villon nacque a Parigi nel 1431. Il suo vero nome era François de Montcorbier, che cambiò quando fu adottato dal benestante ecclesiastico Guillaume de Villon che gli permise di proseguire con studi universitari fino a diventare un “maître ès arts”. Inizialmente si inserì come scrivano nell’ambiente clericale e giudiziario, anche se  frequentò ambienti facinorosi giovanili. Nel 1455 uccise un prete in una rissa e dovette fuggire. Dopo aver ricevuto la grazia tornò a Parigi ma dovette nuovamente lasciare la città per aver compiuto, insieme a cinque compagni, un furto al Collège de Navarre. Il resto della sua vita fu costellata da episodi del genere. Ebbe anche una condanna a morte, commutata in esilio. L’esperienza lo aveva gettato nella desolazione, rendendolo sicuro del fallimento della sua vita. A partire da questa analisi di sé stesso, Villon odia e deride con l’animo del povero che sa fare solo il poeta il mondo dei commercianti, usurai e speculatori finanziari. Con quei personaggi coesistono i miserabili malviventi che Villon conosce bene, uniti dall’avidità per il denaro. La mancanza di denaro, del resto, porta il poeta alla fame e a elemosinare la protezione di qualche potente. Su questo sfondo il tema dominante è quello della morte. A essa sono legate le splendide Ballata degli impiccati (Ballade des pendus) e Ballata delle dame del tempo che fu (Ballade des dames du temps jadis). Villon aderisce a un genere tradizionale, quello del “testamento” o del “lascito” burlesco. All’interno di questa tradizione spicca per originalità e intensità di passione, per concisione e concretezza espressiva. Dopo il 1463 non si hanno più notizie di lui.

Casa Editrice: Einaudi  Data Pubblicazione: 12 maggio 2020 Pagine: 400

Valutazione 90%

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